Roberto Busa precursore dell’ipertesto

Secondo una tradizione storica molto consolidata che si tramanda da tempo in quasi tutti i manuali, il termine ipertesto (hypertext) è stato coniato da Ted Nelson nel 1965, per ipotizzare un sistema software in grado di memorizzare i percorsi, i dati e le note compiuti da un lettore. Per sua ammissione queste idee nascevano direttamente da speculazioni che risalivano a prima dell'invenzione del computer. Nelson, infatti, si rifà esplicitamente a un articolo di Vannevar Bush, che nel secondo dopoguerra ricopriva l’incarico di direttore dell’Office of Scientific Research and Development degli Stati Uniti. Questo celebre articolo − riportato ogni volta che si traccia la storia dell'ipertesto che ci è stata tramandata da Nelson − fu pubblicato nel luglio del 1945 su The Atlantic Monthly, e si intitolava “As We May Think”. Qui si teorizzava il memex, una macchina concepita come una scrivania con schermi translucidi e leve, con la quale fosse possibile consultare rapidamente una serie di informazioni conservate su microfilm. Il sistema − concepito solo teoricamente non in modo pratico − prevedeva che uno studioso potesse archiviare tutti i suoi libri con la possibilità di integrarli con note personali e richiami di percorsi trasversali. Insomma una sorta di computer ante litteram, sembrerebbe, col senno di poi delle considerazioni di Nelson. Peccato che il memex non aveva nulla di digitale, era una macchina ipotizzata per l'archiviazione dei documenti letterari, immaginata dunque al di fuori da ogni logica dei precursori del computer.
Il computer nasce infatti da ben altre premesse. Alla base c'è la logica binaria di George Boole, una logica costruita nell'800 sul minor numero possibile di segni (lo 0 e lo 1), una logica binaria nata per pure esigenze speculative che solo successivamente trovò la sua applicazione pratica. E poi la “macchina di Turing” con cui si definiva in modo logico il concetto e le possibilità di una macchina elaboratrice. E senza entrare nei dettagli, molto noti e diffusi, si può arrivare al punto. Nel 1946 vide la luce il primo computer: l’ENIAC (Electronic Numerical Integrator And Calculator) ideato da W. Mauchly e J. P. Eckert.

 

Si trattava di un gigantesco congegno lungo oltre 30 metri e alto 3, fornito di ben 18.000 valvole, in grado di svolgere poche centinaia di addizioni al secondo, una cosa ridicola per i nostri tempi, ma enorme per l’epoca. Va sottolineato che i primi computer erano costruiti semplicemente per l'automazione del calcolo. Calcolatore, si traduceva in italiano a quei tempi. Solo successivamente, a partire dagli anni '80, si è cominciato a parlare di elaboratore: l'elaborazione delle informazioni include un concetto più ampio del puro calcolo numerico. Dunque le speculazioni di Vannevar Bush erano completamente estranee al concetto di computer, sia come funzionamento sia come scopo. Fare di Bush il precursore dell'ipertesto è qualcosa che ha senso nella ricostruzione della genesi delle idee di Nelson, più che nella storia dell'ipertesto vero e proprio.

 

Ma nel 1946, mentre l'ENIAC veniva attivato, solo un anno dopo le riflessioni teoriche di Bush tanto decantate, c'era un uomo che senza troppe elucubrazioni teoriche, gli ipertesti li stava costruendo, invece che pensarli: è appunto il gesuita italiano ROBERTO BUSA, filosofo e studioso di Tommaso d’Aquino. E il suo lavoro costituisce il primo esempio documentabile nella storia dell'uomo di utilizzo di un computer per l'analisi linguistica. Già nel 1946, contemporaneamente all'invenzione dell'ENIAC (!), aveva pensato a come utilizzare una macchina nella catalogazione del corpus tomistico per la creazione di indici sistematici.

Egli stesso spiega l’importanza dell’ipertesto:

« In origine il termine aveva il significato di "scavalcare le frontiere di un file posto nella memoria

di un computer, per richiamare informazioni presenti in altri file. Nel corso degli anni il concetto si è allargato sconfinando nell'ermeneutica, la capacità cioè di interpretare e risalire da un'espressione al pensiero che l'ha generata. Si tratta di un processo paragonabile al "navigare a ritroso il fiume della creatività mentale". Il testo è un prodotto chiuso, ma il pensiero che lo ha creato è aperto e dinamico. Nel corso degli anni gli ipertesti sono poi diventati uno strumento informatico per creare i collegamenti dinamici (link) usati nella multimedialità e nei motori di ricerca su Internet ».